Giovani

Ricominciamo dal «cuore». Non si genera se non si è generati.

 

“Quello che avviene nel mondo così detto civile a partire dalla fine dell’illuminismo (ma ora in sempre più rapida escalation) è il totale disinteresse per il senso della vita. Ciò non contrasta col darsi daffare, anzi. Si riempie il vuoto con l’inutile. Il mondo muore di noia, l’impiego del tempo è letteralmente spaventoso. I giovani che si agitano un pò dovunque non se ne rendono forse conto, ma il loro vero problema non è né sociale né economico. A loro non interessa più nulla, ecco il fatto. Immetteteli in una società più giusta, meglio pianificata, riempiteli di lauree e di diplomi, trovate per tutti un buon impiego e molto tempo libero, e il risultato sarà sempre lo stesso: una noia sempre crescente senza nemmeno più il conforto-sconforto dell’angoscia. Abbiamo provveduto noi adulti, noi balordi aruspici dei vari futuribili, a svuotarli di tutto. Non ci possono ringraziare, questo è certo”. Così scriveva Eugenio Montale sul Corriere della Sera circa 40 anni fa. La noia sempre crescente. Si riempie il vuoto con l’inutile.

Una ragazza, tro­vata suicida nella toilette di una stazione di Roma esatta­mente dieci anni fa, ha lasciato un testamento, che ognuno dovrebbe lungamente e seria­mente meditare. Rivolgendosi ai genitori, ha scritto con implacabile lucidità: «Riconosco che mi avete voluto bene. Mi avete dato tutto, il necessario ed anche il superfluo ma… non mi avete dato l’indispensabile: non mi avete indicato un ideale per il quale valesse la pena vivere perché voi stesse non avete nulla di vero per cui vale la pena vivere! Per questo ho deciso di to­gliermi la vita! Perdonatemi, ma non ho altra scelta». Un ideale. Qualcosa, o meglio, qualcuno per cui vale la pena vivere.

Il problema dei giovani è esattamente quello degli adulti del nostro tempo: non si è più capaci di prendere a cuore il proprio destino, la propria domanda. Quella domanda che è in ciascuno di noi: esigenza di felicità, di verità, di bellezza. Quella domanda infinita che ci lascia l’amaro in bocca ogni qual volta sembra che abbiamo afferrato ciò che più ardentemente bramavamo. E questa domanda è la stessa, a vent’anni come a quaranta e a sessanta.

Allora vale la pena domandarsi non perché i ragazzi non vanno più in parrocchia ma piuttosto: quanti di noi vivono la vita con il fuoco di questa domanda? Quanti invece vivono, magari senza neanche accorgersene, con il male del mondo moderno che scorre nelle vene: il nichilismo. Dal latino nihil, nulla. Nulla per cui vale la pena spendere veramente la vita. Nessun rapporto vero per il quale si può dare la vita. Perché per prendere a cuore la propria domanda c’è bisogno di un rapporto. L’«io» si genera dentro un «tu», nel rapporto con una umanità diversa. Con qualcuno che ti aiuti a guardare questo «cuore»  e con qualcuno che pretenda di essere la risposta. Ma nessuno, ormai, vuole impegnarsi in un rapporto. Manca negli adulti la capacità di affezione, di attaccamento. Si vive con l’imperativo categorico dell’autosufficienza: bastare a sè stessi come unico “ideale” e con compito di dare ai figli, come diceva Montale, “una società più giusta, pianificata, diplomi, lauree, un buon impiego, del tempo libero…”

In fondo, il mondo è pieno di adulti soli che vivono la vita con un solo imperativo già confezionato dalla mentalità in cui siamo immersi: l’uomo vero e quello “che non deve chiedere mai!”, come raccomandava pure una vecchia pubblicità di dopobarba. Don Giussani alcuni anni fa diceva: “L’uomo di oggi è come sotto l’effetto di Chernobyl: fenomenicamente, esteriormente uguale, ma colpito da una radiazione che lo mina dal di dentro, così che il suo rapporto con la realtà è più fragile, più malato, più a rischio. Manca della capacità di affezione”. Di attaccamento. Non a delle idee, non a degli ideali ma a degli uomini, ad una compagnia, ad un popolo. Così che tutto l’«io» è generato dall’incontro e dal rapporto con questo «tu», con questa presenza, con questa compagnia umana. Perché, come sempre ci ricordava il nostro don Gius, “non si genera se non si è generati”.

L’uomo vero è chi ha più a cuore la sua domanda, il suo destino. Teofilo di Antiochia davanti agli uomini che gli dicevano di non aver bisogno del suo Dio li provocò così: Tu mi dirai: mostrami il tuo Dio. Ed io ti dirò: mostrami prima l’uomo che è in te”. Mostrami tutta la tua umanità. E se tu non tiri fuori la tua umanità, io che risposta ti posso dare? Niente è così poco credibile della risposta ad una domanda che non si pone. Per rispondere a questa domanda, a questo «cuore» non bisogna avere chiare grandi idee e applicarle alla realtà, né tantomeno elencare una serie di valori e partire da quelli che riteniamo più importanti! Come dice Papa Benedetto: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.

Non una idea, né una indagine sociologica ma un imprevisto. Occorre un Avvenimento imprevisto che ha la forma di un incontro. La fede è l’incontro con uomini che hanno la capacità di sostenere la domanda del cuore. Come splendidamente dice Pasolini in un suo scritto: “L’occhio guarda, per questo è fondamentale. È l’unico che può accorgersi della bellezza. La bellezza può passare per le più strane vie… E dunque la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono… Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio”. Lei passa! Imprevedibilmente passa, rompendo il limite di una vita pianificata e riempiendo i nostri occhi di tutto quell’infinito desiderio che il cuore di ciascuno grida, in ogni istante anche inconsapevolmente.

L’alternativa, come lo stesso Montale diceva, è un imprevisto: “Prima del viaggio si scrutano gli orari, le coincidenze, le soste, le pernottazioni… si consultano le guide dei musei, si cambiano valute… prima del viaggio si informa qualche amico o parente: si controllano valige e passaporti, si completa il corredo… E poi si parte e tutto é O.K. e tutto é per il meglio e inutile. E ora che ne sarà del mio viaggio? Troppo accuratamente l’ho studiato senza saperne nulla. Un imprevisto é la sola speranza. Ma mi dicono ché una stoltezza dirselo”. Tutto è per il meglio, ma tutto è inutile. Occorre un imprevisto. Ma mi dicono che è una stoltezza.

Molti giovani preferiscono ascoltare canzoni più che le nostre prediche o i nostri consigli. Perché le canzoni sono le uniche in cui ritrovano ancora qualcuno che parla della domanda, dell’ansia del loro cuore. Con il solo irrimediabile problema che i cantanti guardano a questa domanda dicendo che non c’è una risposta.

Alcuni anni fa, parafrasando una frase del poeta Eliot, un giornalista chiese a don Giussani: “Sono gli uomini che hanno abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato gli uomini?”.

Don Gius, dopo essere rimasto pensieroso per alcuni secondi, rispose: “Gli uomini hanno abbandonato la Chiesa quando hanno abbandonato la domanda del loro cuore”. Quando hanno cominciato a vivere facendo fuori letteralmente e quotidianamente questa domanda da tutte le azioni della giornata. Così che si parla di Dio anche per ore, ma senza che questo c’entri con la vita. Alla negazione di Dio è stata sostituita una formula ancora più velenosa: Dio c’è, ma non c’entra. Non c’entra con il modo con cui viviamo, con cui usiamo i soldi, con il modo con cui si lavora, si vota. Con i piatti da lavare e con i pannolini da cambiare. Insomma con la vita. Perché là dove è il tuo tesoro là sarà anche il tuo cuore. Questo «Tu» il più delle volte relegato ad una vicenda intimistica e personale, fatto fuori dalle cose che più ci interessano e per le quali siamo disposti a fare sacrifici. Con il risultato che ognuno ha il suo “dio”. Un dio di cui nessuno sa cosa farsene. Figuriamoci i ragazzi!

E poi continuò dicendo: “Ma anche la Chiesa ha abbandonato gli uomini quando ha avuto vergogna di dire la parola Cristo”. Quando si è vergognata di dire che la risposta alla domanda dell’uomo è la compagnia umana di Cristo. Così ci si può ritrovare a parlare per ore di lavoro, di giovani, di cose da fare e nessuno ha il coraggio di dire la parola Cristo. E Lui? Mai pronunciato. Lui, il vero ospite indesiderato! Lui, ormai ridotto a discorso astratto e, nel migliore dei casi, ad un’etica, a regole da rispettare. Sant’Agostino ricordava: “Questo è l’orrendo e occulto veleno del vostro errore: che pretendiate di far consistere la grazia di Cristo nel Suo esempio e non nel dono della Sua persona”. Così il cristianesimo ridotto a valori, ad etica, ad insieme di regole non interessa più a nessuno. Né a chi cerca di parlarne né a coloro che con sacrificio cercano di capirne la portata o si sforzano di realizzarlo nella continua e profonda delusione dell’esperienza della propria incapacità e del proprio inesorabile peccato.

Eppure tutti i genitori vorrebbero che i figli si affezionino a loro, quando poi loro non sono capaci di affezionarsi a nessuno. E’ proprio vero: l’unica speranza è un imprevisto, è che qualcuno ci venga incontro e ci abbracci e ci ami esattamente così come siamo. Che si doni alla nostra umanità fragile, “rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio”. Occorre solo essere aperti e leali. Perché, come sempre ci ricordava don Giussani, “il cammino del Signore è semplice come quello di Giovanni e Andrea, di Simone e Filippo, che hanno cominciato ad andare dietro a Cristo: per curiosità e desiderio. Non c’è altra strada, al fondo, oltre questa curiosità desiderosa destata dal presentimento del vero”. A noi è accaduto questo imprevisto: una compagnia umana che ha a cuore noi, la nostra domanda, tutta la nostra statura umana desiderosa della vita. E lo abbiamo seguito prima per “curiosità e desiderio”, e poi lo continuiamo a seguire per questo “presentimento del vero” che una compagnia umana così porta irrimediabilmente ed inequivocabilmente con sé.

Italo Calvino ne “Le città invisibili” dice: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti. Accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è l’inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Noi, grazie a Dio, abbiamo incontrato uomini che hanno proposto alla nostra libertà questo secondo modo. Più rischioso ma anche più affascinante. Una scelta che esige attenzione ed apprendimento.

Attenzione. Per accorgersene, guardarla, seguirla. Come accadde duemila anni fa a Giovanni e Andrea che, mentre erano nel gruppetto con il Battista, ad un certo punto, vedendo passare Gesù, si levarono e gli andarono dietro. Gli altri del gruppetto rimasero lì, fermi. Non si sono mossi. Ma immaginate cosa si sarebbero poi persi! Lui, vedendosi inseguito si voltò: “Cosa volete?”. E loro: “Dove abiti?”. “Venire a vedere”. Ecco, questa è la dinamica con cui la nostra vita è stata presa e cambiata. Venite a vedere! Ed occorre poi apprendimento. Come ad una scuola. Ed infatti noi ci incontriamo tutti i giovedì sera alle 20,30 nella sala San Francesco per questo apprendimento che chiamiamo “Scuola di comunità”. Perché occorre guardare ed ascoltare per non essere schiacciati, per parlare al cuore degli uomini, degli adulti e dei ragazzi. Guardare ed ascoltare una umanità diversa. Fatta di persone e momenti di persone. Abbiamo guardato ed ascoltato il cristianesimo da un uomo per cui lo Spirito non era la rarefatta alternativa alla materia, ma l’ordine del mon­do, l’energia che rende il tem­po vibrante. Che non ha mai accet­tato o proposto una verità che non fosse razionale. Anche la fede, soprattutto la fede. Non ha mai sostenuto fosse un salto nel buio o una scommessa. Il suo metodo era quello di Cri­sto, il quale diceva: Vieni e vedi! Vale per il Barolo, vale per le cose importanti e belle della vita: se non lo assaggi come fai a parlare? Verifica la proposta nell’espe­rienza. Vedi e tocca, Tommaso, e non dubitare. Proprio come duemila anni fa.