Sulla Sentenza del Tribunale per i diritti dell’uomo di Strasburgo
7 novembre 2009La sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo, ultimamente ha fatto molto discutere da più parte, circa la rimozione dei crocefissi dalle aule della scuola pubblica. Il segno del crocifisso lederebbe i diritti dei genitori ad educare i propri figli secondo i criteri che più si ritengono giusti nelle scelte educative.
Sin qui nulla da eccepire! Il pluralismo, al quale non eravamo preparati, non è stato più una scelta ma si è imposto con tutto il suo dilemma. Ben venga un confronto dialettico all’interno dei nostri contesti culturali ed ecclesiali.
Benedetto Croce aveva sostenuto in un contesto di confronto culturale che “noi non possiamo non dirci cristiani”. E’ innegabile! Senza il cristianesimo, l’Europa, e l’Italia difficilmente risulterebbero comprensibili. Basta guardarsi intorno e vedere la mole artistica e letteraria che da sé parla di questo ineliminabile fatto. Il cristianesimo è divenuto parte di una tradizione, di un tessuto archeologico di notevolissimo pregio. Da questo punto di vista “non possiamo non dirci cristiani”.
Il mio punto di vista è un altro.
Basta tutelare il patrimonio artistico-archeologico, oppure tutelare un pacchetto di tradizioni, o un pacchetto di verità dogmatiche, alla stregua di come si può tutelare né più né meno una qualsiasi ortodossia filosofica o politica, ed essere minacciati nella propria identità, qualora venisse rimosso un segno di questa medesima tradizione culturale?
Francamente mi sembra un po’ riduttivo.
La posta in gioco nella sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo ha una valenza di ben altra portata. A ben guardare è proprio questo tipo di sentenza critica che oggi si fa eco di un sintomo atto a risvegliare in profondità una coscienza cristiana un po’ troppo sonnecchiante, ed ancor di più confinata nell’ambito di un riduttivismo del tutto labile e confinata in una sorta di precarietà emotiva. Certo oggi sarebbe più facile brandire le armi e prepararsi ad una crociata contro i nuovi infedeli del nostro tempo. E da più parti si sta intentando una nuova crociata: sembra che tutti ci siamo svegliati difensori del crocifisso, o di un simbolo, o di una statuina di gesso affissa insieme alle carte geografiche, all’abbecedario, o ai simpatici disegnini dei nostri bambini nelle aule scolastiche. Si. Ci siamo svegliati ma il nostro svegliarci corrisponde ad un risvegliarci?
Abbiamo veramente ri-trovato il Crocifisso dei nostri crocifissi? Forse è troppo ciò che qui si domanda.
Ma, credo,che qui una riflessione si debba necessariamente imporre.
Gia nel secondo secolo Tertulliano sosteneva: cristiani non si nasce, si diventa. La portata del verbo fio torna con estrema serietà.
Si diventa cristiani. Questo asserto fa appello ad una serietà con la propria umanità, e potremmo dire che il problema è tutto in questo fiunt, diventare. In questo divenire si colloca radicalmente la soluzione del nostro problema umano. Il fiunt fa appello alla storia, e al drammatico confronto che la storia esige, non tanto con la grande Storia, ma con la piccola storia di ogni giorno, intesa come luogo della verifica delle scelte che costruiscono l’avvenire del nostro esserci. Ed è dal confronto con la storia che i cristiani sono chiamati a rendere ragione della speranza che è in loro e che nessuna sentenza potrà mai mettere a tacere.
Personalmente sono convinto che oggi il Crocifisso non cessa di far risuonare il suo grido di abbandono, non più rivolto al Padre ma alla coscienza cristiana. Cristo continua a gridare alla nostra coscienza e il suo grido è la critica più severa indirizzata alla sua Chiesa e alla coscienza credente dei suoi discepoli.
Il Crocifisso è il simbolo della più radicale affermazione dei diritti umani. E’ impressionante vedere il Crocifisso affisso nelle aule dei nostri Tribunali, là dove è ancora affisso, che sormonta la scritta “La legge è uguale per tutti”. Ad un occhio critico quella immagine richiama non soltanto la pena del supplizio, chi sbaglia paga, ma anche la radicale giustizia nei confronti della giustizia. Il Crocifisso è giustizia della giustizia, misura della giustizia. Da un punto di vista squisitamente religioso il Crocifisso è attestazione della laicità più vera in quanto esprime la totale sottomissione ai poteri di questo mondo, per la fede il Crocifisso è il Figlio di Dio giudicato dai tribunali politici e religiosi del suo tempo, che in un atto estremo di solidarietà con i figli di Adamo si consegna nella piena libertà al Padre, agli uomini, alla morte in fine.
Il Crocifisso è affermazione di libertà. Il Crocifisso è l’unico segno di una grande libertà, la libertà di essere libero da tutto e da tutti i compromessi. Egli è radicale fedeltà ad un compito, ad una missione. Egli è silenzio giudicante. Non dice alcuna parolina che poteva liberarlo e renderlo per sino simpatico ai dominatori o ai rivoluzionari di turno. Libero da tutti e per sino da se stesso è l’Uomo Libero al quale non ci si può stancare di guardare con nostalgia. E’ la libertà che oggi ci tormenta e ci fa paura. La Sua libertà è, forse, la minaccia più severa ad una società borghese e annegata nel suo narcisismo senza limiti.
L’amore, la più potente forza laica di ogni tempo, è la dinamica di una vita che voglia recuperare le ragioni che fanno implodere dall’interno una cultura ripiegata sull’individualismo e il relativismo, Paolo VI ha definito la Rivelazione come “una formidabile domanda d’amore”, (cfr. La lettera Enciclica Ecclesiam Suam 1964), ma bisogna avere la capacità e la forza di dialogare. E’ nel dialogo che viene a noi incontro la Verità. Si dialoga quando gli interlocutori hanno una identità da offrirsi. Non dobbiamo brandire armi da crociati, sarebbe un altro modo di tradire Cristo, impegniamoci, piuttosto, a recuperare la forza dialogante della nostra fede nella disponibilità a subire per sino il martirio come affermazione più grande dei diritti di Dio e dei diritti dell’uomo.
Cristo si lascia cacciare fuori, si lasciò cacciare fuori dai dominatori del suo tempo, morì come un malfattore fuori dalle porte della Città santa, nacque in posto dove per lui non c’era posto, ma da allora, paradossalmente, ogni posto è il suo posto. Là dove non c’è posto per Lui è lì che è il suo posto. Forse noi, discepoli di un Dio Crocifisso, siamo il Suo posto più autentico. Isn’t it?
Vorrei chiudere queste considerazioni citando un’Opera degli anni Cinquanta, il Processo a Gesù di Diego Fabbri, è una donna a cui hanno ammazzato il figlio che parla e dice:
«… Queste sono le sole cose che contano in questa vita disgraziata! Non le toccate! Sono le sole cose che abbiamo… Siate buoni, signori giudici, siate un po’ buoni verso il Salvatore… e verso di noi… Buoni…. buoni, buoni» D. FABBRI, Processo a Gesù, (Tascabili economici Newton Compton, Roma 1994, 89).
La sentenza di Strasburgo ci aiuti, tutti a ritrovare la speranza, la fiducia nei propri valori: ci aiuti a superare quel diffuso senso di individualismo sterile ed emotivo.
Solo l’amore, in una rinnovata capacità di Dialogo, costituisce la comune casa in cui tutti gli uomini possono abitare, senza distinzione, cristiani, laici, credenti e agnostici.
GC


